Parità di genere nella comunicazione

Parità di genere nella comunicazione

L’8 marzo, come ben sappiamo, è la Festa della donna. La Giornata internazionale della donna
si celebra ufficialmente dal 1977 grazie alla decisione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite,
che in tale occasione “riconobbe gli sforzi della donna in favore della pace e la necessità della loro
piena e paritaria partecipazione alla vita civile e sociale”1. Oltre all’aspetto più pop e commerciale di
tale ricorrenza vi è, infatti, uno stretto legame con quella che è la lotta universale per i diritti e
l’emancipazione femminile2.

Nonostante associazioni e movimenti trans-femministi abbiano portato avanti la lotta per la
parità di genere ed il discorso contro gli stereotipi di genere, non si può ancora dire di aver raggiunto
appieno tali obiettivi. Negli anni sono cambiate molte cose rispetto alla condizione femminile, ma il
maschilismo in Italia continua ad essere molto elevato e gli stereotipi di genere trovano ancora terreno
fertile in ogni ambito della contemporaneità: dal mondo del lavoro, agli slogan pubblicitari, ai prodotti
dell’industria musicale e cinematografica …
Il sessismo è “la tendenza per cui nella vita sociale la valutazione delle capacità intrinseche
delle persone viene fatta in base al sesso, discriminando, specialmente ma non esclusivamente, quello
femminile rispetto a quello maschile”3. Il sessismo si riflette in primis nella comunicazione verbale,
ovvero nell’uso di un linguaggio carico di giudizi rispetto ai generi. Naturalmente tale questione non
è esclusivamente a discapito del genere femminile, ma anche di coloro che si identificano in un genere
non binario (non riconoscendosi né nel genere maschile né in quello femminile). Sicuramente i
problemi delle donne, come dei membri della comunità LGBTQIA+, non risiedono soltanto nel
linguaggio, ma occorre ricordare che la lingua che usiamo e il modo in cui viviamo sono realtà che si
intrecciano inevitabilmente. La riflessione linguistica può e deve andare a fondo nel problema del
sessismo. Il dibattito pubblico, anche attraverso i social, ha recentemente posto l’attenzione su
accorgimenti come il rifiuto del maschile plurale come identificativo di un gruppo eterogeneo di
persone o l’introduzione del femminile professionale. Non va trascurato anche l’ambito del
turpiloquio e delle offese: in situazioni di tensione e aggressività verbale la prima offesa rivolta nei
confronti di una donna è riferita a lei stessa (spesso attingendo al campo del meretricio), mentre
quando viene offeso un uomo spesso si vanno ad offendere le figure femminili intorno a lui (la madre,
la compagna, …). Frequentemente si tratta di un automatismo linguistico involontario, ma ciò non ne
riduce il peso. Siamo tutti più o meno coinvolti nel sessismo linguistico e dobbiamo modificare i
nostri comportamenti individuali proprio per liberarci da automatismi carichi di stereotipi sterili4.
Avere coscienza del proprio agire e del proprio parlare in modo da evitare di incombere in
stereotipi di genere vuol anche dire avere uno sguardo critico di fronte ai prodotti della cultura
popolare che troviamo nelle nostre vite ogni giorno … siano essi pubblicità, film, canzoni …
Per quanto riguarda l’ambito pubblicitario è bene citare uno studio condotto nel 2016 (ma
tutt’ora più che valido) da alcune studiose dell’Università Alma Mater di Bologna su oltre 10.000 campagne pubblicitarie (tv, radio, stampa, banner, internet). Tale studio mette in evidenza un diverso trattamento della figura femminile rispetto alle figure maschili nelle pubblicità. Molto spesso la donna è scelta semplicemente come “modella” per indossare o mostrare un prodotto o un marchio: tale ruolo
a volte è ricoperto anche dagli uomini, ma in percentuali nettamente inferiori. Un’altra categoria in
cui sono spesso ingabbiate le donne nelle pubblicità è quella del “manichino”: spesso modificate con
programmi come Photoshop, le donne –mai gli uomini- divengono creature inanimate, bambole,
esseri finti da usare per pubblicizzare un prodotto. Altra categoria esclusivamente femminile è quella
della donna emotiva, con emozioni fortissime, secondo lo stereotipo della donna fortemente
emozionata ed isterica. Seguono poi i casi di donne rappresentate in pubblicità come individui
sessualmente disponibili. Poche, invece, sono le donne raffigurate come rappresentanti di figure
professionali e come sportive5.

Nel cinema contemporaneo la situazione non è migliore. La percentuale di donne nei cast
spesso non è bilanciata: sono di meno rispetto agli uomini, prendono di meno la parola, se hanno un
ruolo principale solitamente sono co-protagoniste o hanno un affiancamento maschile nella
narrazione. La posizione femminile si aggrava nel mondo del cinema se si aggiungono questioni
legate all’etnia, al colore della pelle, all’identità sessuale, all’anzianità. Come nella pubblicità, il focus
è spesso sul corpo: le donne vengono soventemente sessualizzate o rappresentate con varie forme di
nudità. Naturalmente esistono delle eccezioni: soprattutto i prodotti cinematografici di nicchia si
stanno muovendo verso il superamento del sessismo sul grande schermo6. Persino alcuni cartoni
animati, come i film della Disney si stanno battendo per superare le raffigurazioni standardizzate dei
personaggi femminili: non si tratta più solo di principesse bellissime, con un’attitudine materna,
legate a un ideale di amore romantico in cui non c’è possibilità di scelta. Ora sono anche donne che
escono dai propri confini per esplorare la realtà, con la voglia di conquistare terreni che prima le erano
preclusi, mostrando talora persino una superiorità rispetto alla controparte maschile7.

Se poi vogliamo dare uno sguardo al mondo della musica, possiamo partire dal Festival di
Sanremo di quest’anno e in particolare possiamo addentrarci nel testo della canzone portata da Rose
Villain, che muovendosi in modo sensuale sul palco dell’Ariston canta “vorrei saperti dire di no”8 proponendo un’immagine di una donna che crolla in assenza del partner, che non sa imporre il proprio io, anche se vorrebbe. Le sue parole evocano in qualche modo il celebre “ti diremo ancora un altro
sì” di Fiorella Mannoia9, in una canzone che mette in evidenza come la società si aspetti sempre che le donne siano disponibili e comprensive nei confronti degli uomini10. Eppure le donne sono di più di esseri dolcemente complicati, emozionati, delicati, fantasiosi, accomodanti … e forse l’8 marzo è davvero un giorno buono per ricordarlo.

Miriam Greco

1 Nadia Ferrigo, Perché si celebra la Festa della Donna? E cosa c’entrano le mimose?, «La Stampa», 8 marzo 2024.
2 Ibidem.
3 Vera Gheno, Le parole come veicolo di costruzione dell’identità di genere e di possibile disparità e prevaricazione,
dalla pubblicazione degli interventi del convegno Stereotipi di genere nelle diverse forme di comunicazione,
Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Moncalieri, 25 gennaio 2021.
4 Ibidem.

5 Giovanna Cosenza, Donne e Uomini nella pubblicità, dalla pubblicazione degli interventi del convegno Stereotipi di
genere nelle diverse forme di comunicazione
, Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Moncalieri, 25 gennaio
2021.
6 Ilaria Antonella De Pascalis, L’immagine della donna nel cinema, dalla pubblicazione degli interventi del convegno
Stereotipi di genere nelle diverse forme di comunicazione, Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Moncalieri,
25 gennaio 2021.
7 Sofia Bignamini, Modelli femminili e maschili nei cartoni animati, dalla pubblicazione degli interventi del convegno
Stereotipi di genere nelle diverse forme di comunicazione, Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Moncalieri,
25 gennaio 2021.
8 Fuorilegge, di Rosa Luini, Federica Abbate, Andrea Ferrara e Nicola Lazzarin, 2025.
9 Quello che le donne non dicono, di Enrico Ruggeri e Luigi Schiavone, 1987
10 Giovanna Castaldo, La musica è donna: l’immagine della donna nella canzone italiana, bullismoomofobico.it, sezione
Anti-Discriminazione e Cultura delle differenze di Ateneo SInAPSI dell’Università di Napoli Federico II.

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